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Lagaccio, un quartiere che resiste Stampa E-mail
Scritto da Staff   
Venerdì 05 Febbraio 2010 00:00

Preferiscono che se ne parli come “quartiere delle scalette” piuttosto che come terreno di scontro sul progetto moschea. Perchè la zona del Lagaccio, a Genova, ha una sua storia (quella di Guido Rossa, di Don Acciai, degli operai e dei partigiani) e una serie di progetti in cantiere che prescindono dalle polemiche di questi giorni. E che ha anche dei problemi, certo.


Viabilità, aree verdi, spazi di aggregazione, riqualificazione di aree inutilizzate, come succede con i 70 mila metri quadri della Caserma Gavoglio: sono queste le priorità da discutere secondo, ad esempio, i cittadini uniti in rete nell'animato gruppo Facebook “Progettare la città – la valle del Lagaccio”. Un impegno, il loro, che non è solo virtuale. «La scorsa estate abbiamo presentato al Comune e agli enti locali le nostre dieci tavole – spiega Paola Spagnolli, architetto del paesaggio che ha preso a cuore le vicende del Lagaccio – con altrettanti nodi da risolvere. Qualche cosa si è mosso, soprattutto per quanto riguarda strade e marciapiedi».

Alcuni dei progetti in fieri vedono protagonista anche la Regione Liguria, attraverso il programma regionale di investimenti, che prevede il contributo economico per opere di riqualificazione urbana, tutela ambientale, impianti sportivi e politiche sociali. Per il Lagaccio la Regione ha stanziato 150 mila euro per la sede della Bocciofila Amici di via Napoli e con altri 350 mila contribuisce all’allargamento di via del Lagaccio, un'opera attesa da moltissimo tempo.
Su un tratto di via del Lagaccio, arteria primaria del quartiere, oggi si viaggia a senso unico alternato, con un semaforo. Il progetto della nuova strada prevede l'abbattimento di un muro di recinzione della caserma Gavoglio e lo sfruttamento del terreno per recuperare 50 centimetri di carreggiata e 80 di marciapiede. «A questo proposito – racconta Paola – il ruolo di noi cittadini attivi è stato determinante. Perché abbiamo suggerito al Comune di chiedere più spazio al Demanio e di allargare la strada in modo da realizzare due corsie. Pare che non ci siano problemi, ma c'è voluto il nostro intervento per mettere in moto la macchina».

Anche al Lagaccio esiste insomma una rete di cittadini che si occupano di tenere vivo il proprio quartiere, dal centro sociale Terra di nessuno alla bocciofila Amici di via Napoli, dai centri sportivi alla Fratellanza di vico chiuso Cinque santi, fino alle circoli di numerosi partiti, alle parrocchie e alla rete di associazioni Arcipelago Lagaccio, nata per costruire un futuro di dialogo, accoglienza e diritti in un quartiere dove, nei prossimi mesi, si continuerà a parlare, per forza di cose, della convivenza di persone di religione e cultura diverse.
L'Arcipelago ha organizzato un incontro il 20 gennaio scorso dal titolo "Giovani in dialogo tra cultura e religioni". C'erano centinaia di persone, pro e contro la moschea o semplicemente interessate a capire qualcosa di più. C'erano i rappresentanti delle varie comunità religiose. C'era il giornalista Gad Lerner. Tra gli organizzatori Alessandra Ballerini, giovane avvocato genovese candidata per la lista civica di Claudio Burlando alle prossime regionali: «Il senso di quell'incontro – racconta – era conoscere. C'erano moltissimi cittadini, pensionate con la borsa della spesa e qualche donna con il velo. Ognuno ha rivendicato il diritto costituzionale alla libertà di culto». E come ha spiegato in quell'occasione il portavoce della comunità islamica genovese Hussein Salah: «Prima di dire no alla moschea, incontrateci, parliamo, capite chi siamo o cosa facciamo. Organizziamo anche mille assemblee insieme e insieme decideremo».

Per volontà o per necessità, insomma, il Lagaccio è un laboratorio di esperienze. «La partecipazione dei cittadini non manca – racconta Carlo Besana, candidato per la lista Noi con Burlando e fresco autore di un video musicale contro l'intolleranza religiosa e culturale – ci sono molte voci, magari non semplici da mettere insieme, ma la mia esperienza nel quartiere del Cep mi insegha che va bene così. L'importante è che chi governa tenga conto del pensiero dei cittadini prima di prendere decisioni».
Così i “lagaccini” vogliono essere ascoltati, attraverso referendum consultivi e bilanci partecipativi, e tenuti in considerazione quando chiedono agli amministratori pubblici di occuparsi del futuro dei 70 mila metri quadri della caserma Gavoglio (una vicenda ferma di fatto da trent'anni) o dei 70 del campetto di via Sapri, chiuso nel 2008 dal Municipio per questioni di ordine pubblico e interessato da lavori di rifacimento bloccati per ragioni tutte da chiarire. «Per ora sappiamo che rifaranno i marciapiedi di via del Lagaccio – spiegano dal gruppo Progettare la città – ed è già molto visto che è molto trafficata per via di negozi, bar, pizzerie, associazioni e così via».

In questo tessuto di problemi e potenzialità inespresse, la questione moschea si è abbattuta come un macigno. «Il Lagaccio ha storicamente un'enormità di problemi – dice Carlo Besana - dovuti al fatto che per lustri lì ci si è preoccupati di costruire senza pensare agli spazi per gli abitanti.  In questo contesto, quello della moschea, secondo me, è un falso problema strumentalizzato ad arte da chi ne vuole trarre benefici a fini propagandistici, con la forte leva data dalla paura. Certo qualcuno avrebbe dovuto prendersi la briga di chiedere ai cittadini qualcosa in proposito prima di prendere decisioni».
Per ora lo strumento di partecipazione che ha fatto più parlare di sé è stato il referendum indetto dalla Lega Nord, tra i soggetti che più di altri osteggiano il progetto. Ma sul metodo scelto dalla politica, sono perplessi anche i cittadini del Lagaccio non totalmente contrari alla costruzione della moschea. Perché i cantieri per il luogo di culto portebbero anche a una riqualificazione dell'area circostante, grazie a oneri di urbanizzazione e contributi pubblici. «Non scarterei a priori l'idea della moschea al mercato del pesce, al Porto Antico – dice ancora Paola Spagnolli – visto che sarebbe anche più facilmente raggiungere dai fedeli islamici. Ma se decideranno di costruire qui la moschea spero che ci renderanno partecipi dei processi di accoglienza sociale e di trasformazione dei servizi e della viabilità».

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